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Leggiamo molteplici rimostranze circa la modifica della viabilità di Fino Mornasco in seguito alla futura apertura dell'ipermercato Esselunga.
Rimostranze che ovviamente abbiamo fatte nostre votando, come gruppo consiliare L'Alternativa, contrario a queste modifiche che altro non farebbero che ributtare in centro paese un traffico forse più fluido ma sicuramente più consistente.

Il comune sta inoltre procedendo con l'esproprio di alcune proprietà, cosa che, va da sé, sta incontrando forte opposizione.

Opposizione più che motivata dal momento che un Comune può procedere ad esproprio solo qualora non siano presenti soluzioni alternative.
Una soluzione alternativa c'è, e noi l'abbiamo chiaramente indicata durante il consiglio comunale del 6 giugno 2016.

La soluzione semplice è utilizzare la via Guanzasca come bretella esterna (per questo è nata). Una soluzione che allontanerebbe il traffico dal centro abitato (in linea con le politiche attuali) e che non comporterebbe spesa alcuna, a differenza del piano proposto ove finirebbero la gran parte degli oneri di urbanizzazione di Esselunga.

Oltretutto abbiamo pubblicamente avuto conferma dal sindaco, durante il medesimo consiglio, che non esiste limite alcuno circa il transito di mezzi pesanti su via Guanzasca, se non un tacito accordo tra comuni.

Ci chiediamo dunque per quale motivo, il primo cittadino, così abile nel portare a casa risultati si ricorda che i comuni limitrofi beneficeranno anche in opere dell'apertura dell'ipermercato), non persegua la via di un accordo che, qualora raggiunto, non solo eviterebbe espropri e interventi invasivi, ma anche una maggior convenienza economica per il paese.

In calce le parole del Sindaco al consiglio comunale.

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Ci apprestiamo a celebrare la Festa di Liberazione, il 25 aprile.


L'Alternativa ha riflettuto sull'importanza della commemorazione e sul suo significato, spesso travisato, spesso dimenticato. 
Stiamo vivendo una delicatissima congiuntura storica, che vede accompagnarsi una protratta e ormai insopportabile decadenza economica a un crollo dei valori e a una reale minaccia di orrore e violenza.
Bombe esplodono nei luoghi della nostra vita, muri si erigono minacciosi intorno a noi, giovani vite sono sommerse dalle onde del Mediterraneo, il “Mare Nostrum”.
Ci ritroviamo così un po' smarriti, un po' scossi. E' questo il motivo per cui abbiamo ritenuto che la forza, il coraggio, le speranza di chi ha vissuto l'inferno e, all'inferno si è ribellato, potessero essere un regalo per tutti noi, un motivo di incoraggiamento quotidiano.
Nelle celebrazioni più tradizionali assistiamo al ricordo della Resistenza; noi abbiamo voluto fare un passo indietro e, coinvolgere nel ricordo coloro senza i quali la Resistenza non sarebbe stata, gli antifascisti.
Spesso questi due termini finiscono col sovrapporsi e col confondersi; tuttavia vi è una differenza sostanziale. La Resistenza ebbe inizio dopo l'8 settembre del 1943 e si realizzò sostanzialmente nella lotta partigiana; fu la forza, spesso gloriosa, che portò all'effettiva cacciata dei nazifascisti dall'Italia. I ranghi dei partigiani erano composti da combattenti di variegata provenienza, tante le donne, ancor più i giovani, molti dei quali provenivano dalle fila della Gioventù del Littorio: fiore all'occhiello del regime fascista, divenuta poi ironicamente laboratorio di antifascismo. 
Questo risveglio fu dovuto sì allo stato d'occupazione, ma fu merito soprattutto di quegli uomini e di quelle donne che fin dagli albori del regime fascista, vi opposero rifiuto. Quegli eroi che presero posizione, che scrissero abusivamente, che crearono reti, che maturarono convinzioni e ideali a costo di perdere lavoro, famiglia, amicizie, financo la loro stessa vita.
Le strade del nostro paese li ricorderanno in questi giorni di festa, ricorderanno i loro volti, i loro nomi, le loro parole...

Potrete trovare alcune notizie sui protagonisti di questa esposizione sul nostro sito www.alternativa.co.it oppure venire a trovarci alla piccola mostra che allestiremo prossimamente.

Nella convinzione che tutti noi ne trarremo conforto e sprono, rivolgiamo il nostro saluto a tutti gli impavidi e un ricordo particolare a un grande antifascista del terzo millennio, Khaled al-Asaad, l'archeologo di Palmira.


L'Alternativa

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Continuando la tradizione inaugurata lo scorso anno, con l'approssimarsi dell'8 marzo, l'Alternativa ha deciso di utilizzare questo spazio sul giornalino locale per parlare della donna. Lo scorso anno abbiamo celebrato le dimenticate donne della Resistenza italiana ma, i recenti fatti di cronaca ci impongono di affrontare la questione di genere nella sua attualità.Il tema è assolutamente complesso e spinoso, non esauribile in poche righe.Partendo dalla constatazione che lo sviluppo non è neutrale rispetto al sesso, l'UNDP ha fatto appello, a partire dal 1995, ad uno sviluppo che tenesse conto delle differenze tra uomini e donne.
Ciò significa che, se lo sviluppo umano è incentrato sulle possibilità di scelta delle persone, allora i diritti e le opportunità di donne e uomini devono essere componente cruciale dello sviluppo generale di una società.
E' a tutti noto che la disparità di genere è una realtà. Negli stessi Stati Uniti, tra i paesi più progrediti in termine di equiparazione dei diritti, una donna guadagna in media 70 centesimi per ogni dollaro guadagnato da un uomo.


“Donna non si nasce, si diventa”, così scriveva nel 1949 Simon de Beauvoir, prefigurando in tal modo l'idea che la differenze tra uomini e donne siano costruzioni sociali, piuttosto che delle “naturali” conseguenze della diversità biologica. Nessuno oggi, almeno per quanto riguarda il mondo occidentale e almeno sulla carta, mette più in discussione il fatto che l'uomo e la donna debbano godere di pari diritti e opportunità, e siano dotati di eguale intelligenza. Tuttavia, anche
negli ambiti dove si predica a livello formale la piena uguaglianza, comportamenti sociali consolidatisi nel tempo non permettono agli individui di affrancarsi definitivamente da quei ruoli di genere cui tutti paiono essere destinati dal momento della nascita.
Il genere è forse la più universalmente naturalizzata delle categorie distintive imposte agli esseri umani. La differenza fra maschi e femmine è stata infatti data per scontata all'interno di quasi tutte le società umane che si sono preoccupate di garantire la riproduzione della specie, elaborando pratiche mirate al controllo dell'entità riproduttiva (la donna) da parte di quella inseminativa (l'uomo). Al desiderio di controllare la donna per garantire all'uomo la certezza della prole, sono collegati gran parte dei costrutti di genere che fanno dell'uomo il “sesso forte” e della donna la controparte subordinata.


Le modalità di dominio patriarcale variano però fortemente nel tempo e nello spazio; per quanto riguarda le donne, vanno dall'imposizione di forme di riduzione della libertà di movimento (come i piedi fasciati delle bambine cinesi, la crinolina dell'Ottocento francese, la limitata abitudine alla guida automobilistica delle donne italiane della prima metà del novecento), a pratiche della vita quotidiana (la limitazione nell'uso negli spazi pubblici, i bassi livelli educativi, la riservatezza dei modi), a imposizioni sessuali (l'imposizione della verginità pre-matrimoniale, la mutilazione genitale femminile), all'interiorizzazione di canoni estetici capaci di imporre la deformazione del corpo (la dieta dimagrante sino all'anoressia, la mastoplastica, la liposuzione). A tutto ciò va aggiunta la tendenza ad influenzare le scelte personali, che può andare dall'imposizione di un matrimonio precoce nei paesi del sud del mondo, fino alla negazione del diritto di interruzione volontaria di gravidanza da parte della maggioranza dei medici italiani, sancito dalla legge 194.
Va da sé, che anche per gli uomini, dover interpretare il genere “dominante” ha comportato, e comporta, altre “gabbie”, meno riconoscibili ma non per questo meno egemonizzanti.Gli ultimi mesi, hanno riportato in auge il discorso circa i diritti della donna, soprattutto in seguito ai gravi fatti avvenuti a Colonia.
La mortificazione della donna è storia antica e non un'usanza portata da terre lontane. Il nostro paese si spesso distinto per un vergognoso ritardo circa l'emancipazione anche giuridica della donna. Sappiamo bene che il gentil sesso vota in Italia solo nel 1946, ha il permesso di divorziare solo nel 1970, ha facoltà di interrompere la gravidanza solo nel 1978, mentre l'abrogazione del delitto d'onore risale al 1981. Ancora più recente è l'eliminazione, durante i processi per stupro, della descrizione dell'abbigliamento femminile come attenuante per il carnefice.

Le molestie fisiche e verbali registrate in Germania da parte di donne insultate da gruppi di giovani  immigrati, prevalentemente di origine arabo-musulmana, hanno generato una serie infinita di polemiche e prese di posizioni, che vanno dall'accusa a tutto il sistema di immigrazione e accoglienza, con conseguente incoraggiamento del razzismo e dell'islamofobia, al peloso buonismo di una certa sinistra che, pur di non accettare l'esistenza di problemi collegati alla forte ondata
migratoria, minimizza e, peggio ancora, giustifica.
Una società culturalmente e socialmente progredita ha il dovere di aprire un'importante discussione circa l'immigrazione e la conseguente integrazione di persone che raggiungono il continente europeo per volontà o per necessità.

Sino ad oggi non sono state condotte scelte circostanziate e misure adeguate a creare una reale integrazione, punto di partenza per realizzare una vera società multi-entnica integrata e produttiva.D'altra parte, il nostro paese al pari delle maggiori realtà occidentali, ha da anni compiuto il suo giro di boa nell'equiparazione dei diritti per tutti i cittadini che risiedono sul nostro territorio. La nostra Costituzione in primis ci ammonisce dall'attivare politiche discriminatorie. E' questo il motivo per cui riteniamo che la nostra società sia pronta ad accogliere la diversità solo laddove la diversità non interferisca con i principi di libertà ed uguaglianza. Non possiamo accettare o spacciare come “rispetto della cultura altrui” pratiche che umiliano, quali l'infibulazione infantile e non, la violenza sul coniuge, la sfigurazione tramite acido ma anche l'obbligo imposto alle donne di camminare passi indietro rispetto al proprio consorte.

L'Italia è un paese pronto ad accettare le diversità, ma non a costo delle libertà per cui a lungo abbiamo lottato.

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PRESEPE O PRESEPIO?

 

l termine presepe o più correttamente, come riportato nella maggior parte dei dizionari, presepio deriva dal latino “praesaepe”, propriamente "recinto chiuso, greppia, mangiatoia". La parola è composta da:

 

l  prae = "innanzi" e

 

l  saepes = "recinto", ovvero luogo che ha davanti un recinto.

 

Nel significato comune il presepio è la rappresentazione plastica della nascita di Gesù che si fa tradizionalmente a Natale, con figure ed elementi mobili collocati su uno sfondo che ha al centro la grotta di Betlemme.

 

  

ALLESTIMENTO DEL PRESEPIO, TRE GIORNI DA RICORDARE!

 

Secondo un'antica tradizione, il Presepio deve essere allestito per l'8 dicembre in cui ricorre la Festa dell'Immacolata.

 

Il 6 gennaio dell'anno nuovo, Festa dell'Epifania, si celebra la visita e l'adorazione di Gesù Bambino da parte dei Re Magi che vengono così inseriti nel Presepio.

 

Infine, tradizione vuole che il Presepio resti esposto ancora per lungo tempo, e sia disfatto il 2 febbraio, giorno in cui la Chiesa Cattolica celebra la Presentazione di Gesù al Tempio di Gerusalemme. La Festa è popolarmente conosciuta come "Festa della Candelora", perché in questo giorno si benedicono le candele simbolo di Cristo "luce per illuminare le genti", come il Bambino Gesù venne chiamato dal vecchio Simeone al momento della presentazione al Tempio.

 

Anticamente nello smontare i Presepi si dava in questo giorno per l'ultima volta un bacio al Bambinello Gesù; infatti, la Festa della Candelora chiude il periodo delle celebrazione Natalizie ed apre il cammino verso la Pasqua. Un vecchio detto recita: “Per la Candelora dall'inverno siamo fora!”, cioè per la Candelora dall'inverno siamo fuori.

 

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