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Continuando la tradizione inaugurata lo scorso anno, con l'approssimarsi dell'8 marzo, l'Alternativa ha deciso di utilizzare questo spazio sul giornalino locale per parlare della donna. Lo scorso anno abbiamo celebrato le dimenticate donne della Resistenza italiana ma, i recenti fatti di cronaca ci impongono di affrontare la questione di genere nella sua attualità.Il tema è assolutamente complesso e spinoso, non esauribile in poche righe.Partendo dalla constatazione che lo sviluppo non è neutrale rispetto al sesso, l'UNDP ha fatto appello, a partire dal 1995, ad uno sviluppo che tenesse conto delle differenze tra uomini e donne.
Ciò significa che, se lo sviluppo umano è incentrato sulle possibilità di scelta delle persone, allora i diritti e le opportunità di donne e uomini devono essere componente cruciale dello sviluppo generale di una società.
E' a tutti noto che la disparità di genere è una realtà. Negli stessi Stati Uniti, tra i paesi più progrediti in termine di equiparazione dei diritti, una donna guadagna in media 70 centesimi per ogni dollaro guadagnato da un uomo.


“Donna non si nasce, si diventa”, così scriveva nel 1949 Simon de Beauvoir, prefigurando in tal modo l'idea che la differenze tra uomini e donne siano costruzioni sociali, piuttosto che delle “naturali” conseguenze della diversità biologica. Nessuno oggi, almeno per quanto riguarda il mondo occidentale e almeno sulla carta, mette più in discussione il fatto che l'uomo e la donna debbano godere di pari diritti e opportunità, e siano dotati di eguale intelligenza. Tuttavia, anche
negli ambiti dove si predica a livello formale la piena uguaglianza, comportamenti sociali consolidatisi nel tempo non permettono agli individui di affrancarsi definitivamente da quei ruoli di genere cui tutti paiono essere destinati dal momento della nascita.
Il genere è forse la più universalmente naturalizzata delle categorie distintive imposte agli esseri umani. La differenza fra maschi e femmine è stata infatti data per scontata all'interno di quasi tutte le società umane che si sono preoccupate di garantire la riproduzione della specie, elaborando pratiche mirate al controllo dell'entità riproduttiva (la donna) da parte di quella inseminativa (l'uomo). Al desiderio di controllare la donna per garantire all'uomo la certezza della prole, sono collegati gran parte dei costrutti di genere che fanno dell'uomo il “sesso forte” e della donna la controparte subordinata.


Le modalità di dominio patriarcale variano però fortemente nel tempo e nello spazio; per quanto riguarda le donne, vanno dall'imposizione di forme di riduzione della libertà di movimento (come i piedi fasciati delle bambine cinesi, la crinolina dell'Ottocento francese, la limitata abitudine alla guida automobilistica delle donne italiane della prima metà del novecento), a pratiche della vita quotidiana (la limitazione nell'uso negli spazi pubblici, i bassi livelli educativi, la riservatezza dei modi), a imposizioni sessuali (l'imposizione della verginità pre-matrimoniale, la mutilazione genitale femminile), all'interiorizzazione di canoni estetici capaci di imporre la deformazione del corpo (la dieta dimagrante sino all'anoressia, la mastoplastica, la liposuzione). A tutto ciò va aggiunta la tendenza ad influenzare le scelte personali, che può andare dall'imposizione di un matrimonio precoce nei paesi del sud del mondo, fino alla negazione del diritto di interruzione volontaria di gravidanza da parte della maggioranza dei medici italiani, sancito dalla legge 194.
Va da sé, che anche per gli uomini, dover interpretare il genere “dominante” ha comportato, e comporta, altre “gabbie”, meno riconoscibili ma non per questo meno egemonizzanti.Gli ultimi mesi, hanno riportato in auge il discorso circa i diritti della donna, soprattutto in seguito ai gravi fatti avvenuti a Colonia.
La mortificazione della donna è storia antica e non un'usanza portata da terre lontane. Il nostro paese si spesso distinto per un vergognoso ritardo circa l'emancipazione anche giuridica della donna. Sappiamo bene che il gentil sesso vota in Italia solo nel 1946, ha il permesso di divorziare solo nel 1970, ha facoltà di interrompere la gravidanza solo nel 1978, mentre l'abrogazione del delitto d'onore risale al 1981. Ancora più recente è l'eliminazione, durante i processi per stupro, della descrizione dell'abbigliamento femminile come attenuante per il carnefice.

Le molestie fisiche e verbali registrate in Germania da parte di donne insultate da gruppi di giovani  immigrati, prevalentemente di origine arabo-musulmana, hanno generato una serie infinita di polemiche e prese di posizioni, che vanno dall'accusa a tutto il sistema di immigrazione e accoglienza, con conseguente incoraggiamento del razzismo e dell'islamofobia, al peloso buonismo di una certa sinistra che, pur di non accettare l'esistenza di problemi collegati alla forte ondata
migratoria, minimizza e, peggio ancora, giustifica.
Una società culturalmente e socialmente progredita ha il dovere di aprire un'importante discussione circa l'immigrazione e la conseguente integrazione di persone che raggiungono il continente europeo per volontà o per necessità.

Sino ad oggi non sono state condotte scelte circostanziate e misure adeguate a creare una reale integrazione, punto di partenza per realizzare una vera società multi-entnica integrata e produttiva.D'altra parte, il nostro paese al pari delle maggiori realtà occidentali, ha da anni compiuto il suo giro di boa nell'equiparazione dei diritti per tutti i cittadini che risiedono sul nostro territorio. La nostra Costituzione in primis ci ammonisce dall'attivare politiche discriminatorie. E' questo il motivo per cui riteniamo che la nostra società sia pronta ad accogliere la diversità solo laddove la diversità non interferisca con i principi di libertà ed uguaglianza. Non possiamo accettare o spacciare come “rispetto della cultura altrui” pratiche che umiliano, quali l'infibulazione infantile e non, la violenza sul coniuge, la sfigurazione tramite acido ma anche l'obbligo imposto alle donne di camminare passi indietro rispetto al proprio consorte.

L'Italia è un paese pronto ad accettare le diversità, ma non a costo delle libertà per cui a lungo abbiamo lottato.

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